Melissa, 1949, una strage di Stato

«Alle prime luci del 24 ottobre 1949 migliaia di contadini, provenienti da decine di comuni delle province di Catanzaro e Cosenza, si mossero contemporaneamente, verso i grandi latifondi e le terre usurpate, per esercitare un legittimo diritto e per mettere a semina i campi che nei mesi successivi avrebbero prodotto il necessario per vivere dignitosamente. Ma rompere l’antico dominio degli agrari e del notabilato meridionale non era cosa facile ed indolore, così il 29 ottobre 1949 mentre i contadini stavano arando la terra del demanio Fragalà, nel Comune di Melissa, un reparto della “celere” del ministro degli interni Mario Scelba, aprì il fuoco con i mitra sui contadini inermi. Rimasero uccisi fra le zolle insanguinate, Giovanni Zito di 15 anni e Francesco Nigro di 29, altri 16 gravemente feriti vennero ricoverati in ospedale. Angelina Mauro morì dopo pochi giorni di agonia a soli 24 anni, era la portabandiera del vessillo Italiano, emblema della Costituzione Repubblicana e della volontà di costruire, finalmente, uno Stato unitario e giusto».

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, pp. 51-52

Un racconto in forma di canzone popolare.

Massimo Ferrante – Melissa

Chi erano i Migranti Meridionali che si spostavano al Nord?

A Torino, come nel capoluogo ligure, il primo lavoro che i migranti meridionali svolgevano si collocava, in genere, all’interno del campo dell’edilizia, dove effettivamente esisteva un’oggettiva carenza organizzativa delle forze sindacali dovuta […] alla dispersione e il frazionamento dei lavoratori in centinaia di piccoli e grandi cantieri e […] lo sforzo che i sindacati mettevano in opera era inadeguato.

[…] Il numero dei Meridionali iscritti alle organizzazioni dei lavoratori nel paese di origine era doppio rispetto a quelli iscritti a Torino. Addirittura, molti di coloro che non avevano rinnovato la tessera erano stati degli attivisti o impegnati in prima persona nell’organizzare numerose lotte sindacali. Del resto, la maggior parte provenivano da zone rurali e ancora gravava su di loro la sconfitta delle lotte per la riforma agraria.
Quel vasto movimento che, tra il 1943 e il 1953, aveva dato vita a occupazioni, scioperi a rovescio, manifestazioni di piazza, mobilitazioni vastissime durate per mesi, prima era stato attaccato tramite la repressione poliziesca, poi minato al suo interno con una parziale redistribuzione delle terre ed infine disperso costringendo tutti i protagonisti di quella stagione di lotte ad emigrare. Certo, erano stati sconfitti, ma rimanevano intimamente ancora legati a quelle battaglie passate, talvolta le ricordavano in modo epico, sapevano di resistenza e di entusiasmo, quasi di memoria collettiva condivisa, ma di sicuro erano lontanissime dalle loro prime esperienze torinesi. Molti ricordavano con orgoglio la combattività di allora, gli scioperi più duri, gli scontri con la polizia, i compagni feriti o, a volte, numero dei Meridionali iscritti alle organizzazioni dei lavoratori nel paese di origine, doppio rispetto a quelli iscritti a Torino. Addirittura, molti di coloro che non avevano rinnovato la tessera erano stati degli attivisti o impegnati in prima persona nell’organizzare numerose lotte sindacali.
Del resto, la maggior parte provenivano da zone rurali e ancora gravava su di loro la sconfitta delle lotte per la riforma agraria. Quel vasto movimento che, tra il 1943 e il 1953, aveva dato vita a occupazioni, scioperi a rovescio, manifestazioni di piazza, mobilitazioni vastissime durate per mesi, prima era stato attaccato tramite la repressione poliziesca, poi minato al suo interno con una parziale redistribuzione delle terre ed infine disperso costringendo tutti i protagonisti di quella stagione di lotte ad emigrare. Certo, erano stati sconfitti, ma rimanevano intimamente ancora legati a quelle battaglie passate, talvolta le ricordavano in modo epico, sapevano di resistenza e di entusiasmo, quasi di memoria collettiva condivisa, ma di sicuro erano lontanissime dalle loro prime esperienze torinesi. Molti ricordavano con orgoglio la combattività di allora, gli scioperi più duri, gli scontri con la polizia, i compagni feriti o, a volte, morti, gli assalti e gli incendi alle caserme, ai municipi, tutto era rievocato fin nei minimi particolari. Insomma, i Meridionali arrivati al Nord era gente semplice e poco scolarizzata, ma temprata dalle esperienze vissute in prima persona, in quel decennio, che aveva visto l’intero Sud sollevarsi e pretendere terra e libertà. La Storia li aveva sconfitti ma, in coloro che avevano vissuto quelle vicende, la voglia di lottare continuava a covare, indomita, come un fuoco pronto a riaccendersi. C’era anche chi diceva, con orgoglio, di essere stato arrestato o d’aver subito un processo, proprio perché portava avanti da protagonista quelle lotte.

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, pp. 160-161

 

Le organizzazioni sindacali e politiche e i Migranti Meridionali

Le organizzazioni sindacali e politiche quindi rappresentarono, oltre che un mezzo di lotta per tutto il proletariato del Nord, una soluzione sociale e un percorso di affrancamento per i migranti meridionali, i quali si trovarono ad occupare anche nel Settentrione gli strati più miseri e sfruttati della società, sebbene in forme meno dure rispetto ai luoghi di origine. I migranti meridionali, perciò, acquisirono la consapevolezza che per uscire da quella situazione e per non arrendersi all’ineluttabilità del proprio destino, dovevano creare le condizioni per un cambiamento radicale della società e questo sarebbe stato possibile solo collettivamente, tramite, appunto, un vasto movimento sociale.
Questo percorso non fu seguito in modo lucido o in maniera consapevole ma, di fatto, i giovani del Sud, da una parte, rappresentarono le avanguardie e le frange più radicali del movimento operaio degli anni Sessanta e Settanta e, dall’altra, il motore della ripresa delle lotte sindacali dopo l’arretramento avvenuto negli anni Cinquanta.
I Meridionali, sebbene non subito né in modo generalizzato, si iscrissero copiosamente ai sindacati più combattivi e alle forze politiche di Sinistra partecipando, in maniera massiccia, agli scioperi e alle esplosioni di rivolta. 
Altrettanto significativa fu la presenza dei lavoratori del Sud in tutti i movimenti, sindacali e politici, nati come espressione delle istanze di base degli operai o al di fuori dei partiti tradizionali che avevano come comune denominatore una radicale trasformazione della società e delle istituzioni.

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, pp. 156-157

Un povero che accoglie un povero in una città lontana

Nelle migrazioni italiane, avvenute in un sistema sociale dove non esistevano istituzioni pubbliche o enti privati capaci di accompagnare il percorso dei migranti, la famiglia ha avuto un ruolo preponderante e, in qualche misura, escluse anche le organizzazioni collettive più rilevanti, le quali si fermavano di fronte al confine del nucleo familiare. Cionondimeno, la solidarietà tra migranti fu capillare e salvifica per moltissimi di loro, e con l’esplosione dei movimenti sociali e delle lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta, mutò notevolmente anche il rapporto tra i Meridionali e l’immaginario collettivo della società in cui si trovarono a vivere. I giovani e i lavoratori del Sud oltre ad essere in prima linea, portarono in dote ai movimenti di emancipazione, operai e studenteschi, la radicalità derivante dallo sradicamento collettivo che avevano vissuto e la cultura di ribellione delle rivolte contadine e della storia del Mezzogiorno.
Così, Pasquale P. di Cerignola, 33 anni, descriveva l’accoglienza avuta a Milano per qualche mese da parte di un altro meridionale, un povero che accoglie un povero in una città lontana ed, inizialmente, ostile: «Appena arrivato a Milano sono andato a casa di un amico […]. Era una famiglia con otto figli e vivevano al Porto di Mare, e io appena sono arrivato sono andato in quel posto là, e ho pensato che era meglio restare a casa. Era nel ‘52, e compivo gli anni in treno quando sono venuto, facevo 26 anni. Quelli vivevano in 16 metri quadri di spazio: là si cucinava, si dormiva, tutto si faceva, e c’erano tre figlie femmine. Quella brava gente volevano tenermi ancora, ma io stesso ho capito che era impossibile. Alla sera andavo letto bianco e alla mattina mi alzavo nero, perché erano carbonai loro. Erano facchini di stazione; scaricavano il carbone, ma là dentro non avevano come lavarsi. Si lavavano la faccia, le gambe, alla buona, così; ma il carbone va nei pori e ci vuole l’acqua calda, e quando sudavano ci veniva fuori. C’era una branda di un posto e dormivano tre ragazze, 24, 21, 19; dormivano testa e piedi; e la sua madre dormiva su di una trapunta a terra vicino alle figlie. La mamma, poveretta, non dormiva la notte. Aveva cura di coprire le figlie perché faceva caldo e si scoprivano, e li c’eravamo noi uomini, e noi ci teniamo a quella cosa lì. Diceva: “Non importa, io ho cura delle ragazze, dormo di giorno mentre voi lavorate”. Poi c’era un letto matrimoniale che dormivo io, il padre, un momento che mi confondo solo a pensarli… dunque: io, il padre, tre figli maschi e il piccolo. Tutti là di traverso. Poi loro al mattino andavano allo scarico di Porta Genova» (Alasia F., Montaldi D., 1975)

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, pp. 123-124

 

La vita di un ambulante povero

Ma le storie della “corea” si intrecciavano con le vite e le vicende dei suoi abitanti, spesso provenienti da dimensioni spaziali e abitudini culturali completamente diverse, sebbene accomunati dall’assoluta determinazione di conquistare il proprio piccolo pezzo di felicità e il diritto ad un’esistenza dignitosa.
E’ emblematico lo scontro, con le autorità comunali di Carlo, 22 anni, meridionale, venditore ambulante. Egli voleva proseguire il lavoro del padre che gli garantiva un certo giro di vendite e, come lui, si sentiva perseguitato dai verbali dei vigili urbani che diventarono praticamente la sua ossessione e il simbolo di un’ingiustizia.
Da un mestiere di tipo libero, si reinventò come manovale, venditore volante di fiori, spugnaio, ma le multe si moltiplicarono e, ad un certo punto, divennero insostenibili spogliandolo, oltre che di un introito economico, anche dell’unico mestiere che riteneva di saper fare veramente e perciò della sua dignità di lavoratore e di uomo. E se in teoria il Comune avrebbe dovuto garantirgli un alloggio per le sue condizioni economiche e familiari, in pratica, per avere la casa, dovette occuparne una, illegalmente.
Quella di Carlo, è una storia emblematica, suo malgrado, della difficoltà dei migranti di inserirsi in un sistema di regole che non teneva conto dei nuovi cittadini e delle loro esigenze, la sua richiesta di licenza di ambulante infatti gli era stata rifiutata più volte dal Comune e dal Prefetto, a causa della sua giovane età. La sua testimonianza si concludeva con una frase, drammatica e lucida, che assegnava, in modo tristemente appropriato, un titolo alla sua storia: «La vita di un ambulante povero».

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, pp. 130-131

I sacrifici dei migranti

Da un punto di vista materiale, come abbiamo visto, le vicissitudini che ogni migrante doveva affrontare erano assai numerose e di non facile soluzione, ma le incombenze dei singoli diventavano ancora più complicate quando si trattava delle famiglie. Abitualmente la moglie e i figli raggiungevano il capofamiglia in un momento successivo, quando egli aveva acquisito una relativa sistemazione, tuttavia creare le condizioni affinché il ricongiungimento fosse possibile in tempi relativamente rapidi, era un’impresa che impegnava tutte le risorse, mentali e materiali, e tale stabilità era relativa e non sempre perdurava nel tempo. Capitava, quindi, che intere famiglie si trovassero ad abitare nelle soffitte, nelle baracche, nelle vecchie caserme, nelle pensioni, nelle “Coree”, negli abituri, in vere e proprie bidonville o, addirittura, che rimanessero senza un tetto. Diversi furono gli interventi pubblici per i contesti più degradati e maggiormente visibili ma, quasi sempre, si trattò di provvedimenti disorganici che portarono alla costruzione di centri residenziali ghettizzanti – spesso in quartieri periferici o in zone urbanistiche già degradate – e con tempi sempre molto dilatati.
Perciò, il più delle volte, le famiglie dovettero fare affidamento esclusivamente sulle proprie risorse e non sempre trovarono alloggi adeguati e dignitosi. «L’immigrato ha in genere una famiglia ed è naturale che desideri portarla con sé, di conseguenza fin dai primi giorni ci mettiamo alla ricerca di un alloggio. A Torino, come tutti sanno molto bene, gli alloggi ci sono, ma gli operai immigrati non riescono ad occuparli.
Anche i motivi di questo fatto sono da tutti risaputi: oltre a non essere graditi ai padroni di casa perché siamo Meridionali ci sono un sacco di altri problemi tra cui prezzi da strozzini, cauzioni che non sappiamo come pagare, figli che nessuno vuole».
In ogni caso, le famiglie svolsero, nella difficile situazione economica e sociale dei migranti meridionali nelle città del Nord Italia, un ruolo decisivo. Esse, infatti, portarono in dote un’organizzazione estremamente efficiente maturata nella società contadina, ovverosia la capacità di adeguarsi costantemente alla realtà contingente e pertanto di adeguare, in modo duttile e flessibile, i consumi e i bisogni dei propri membri alle risorse disponibili, mantenendo, allo stesso tempo, un serrato ritmo di lavoro. La sopravvivenza della famiglia, perciò, veniva elevata a valore assoluto, a cui tutto doveva essere subordinato, anche a costo di sacrifici, per i propri componenti, al limite della sopportazione e spingendo all’estremo l’utilizzo di ogni mezzo posseduto, sia tramite l’auto-sfruttamento, sia riducendo i propri consumi. Emblematiche sono le scene riguardanti le dinamiche familiari del celebre film di Luchino Visconti, Rocco e i suoi fratelli, dove la famiglia in quanto tale, con i propri errori ed orrori, doveva essere tutelata in ogni modo, a costo di sacrificare, nei fatti, la vita di ogni suo singolo membro. […] L’emigrazione pertanto era un modo per raggiungere un cambiamento tangibile e non semplicemente una fuga rispetto ad una condizione di miseria, tuttavia tale obiettivo si perseguiva facendo affidamento esclusivamente sulle proprie capacità e risorse o sulla solidarietà della famiglia.

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, pp. 119-121

Quando i migranti nel Nord Italia erano i Meridionali

Spesso la Storia si ripete, ma altrettanto spesso ci si dimentica da dove veniamo e cosa siamo stati (e siamo ancora): un popolo di migranti.

«Giuseppe, pugliese, comunista, non ha ritegni nel dire che “la vita era migliore in Germania anziché in Italia” e poi sviluppa una lunga lotta individuale, in Sesto San Giovanni, per ottenere la casa. Crudo è il suo giudizio sul “razzismo” che ritrova nelle stesse file del suo partito, fino ad avvertire che la spaccatura di classe incide anche nelle istanze di base, ed ecco che egli impiega la propria coscienza nella critica contro “i dirigenti” che sono rimasti “tutti lombardi,” ed è appunto questo modo di battersi: che lo porta alla grande comprensione finale nella quale viene rivendicata la fratellanza, l’eguaglianza» (Corea – inchiesta sugli immigrati, cit. p. 246)
Il sentimento conflittuale verso i migranti ebbe anche un’espressione politica, sebbene di poco respiro. A Torino tra il 1954 e il 1964 prese piede il MARP (Movimento per l’Autonomia Regionale Piemontese), nel cui programma si sosteneva il blocco dell’immigrazione e il rifiuto dell’integrazione permanente dei migranti, ma dopo un discreto consenso iniziale il Movimento declinò e scomparve.
Tuttavia, se da un punto di vista generale i movimenti politici esplicitamente discriminatori nei confronti dei Meridionali non ebbero fortuna, le ricadute concrete nella vita dei migranti furono diverse: a Genova, per esempio, si stabilirono criteri esplicitamente antimeridionali per l’assegnazione delle case popolari che la propaganda anti-immigrati diceva essere monopolizzate dai nuovi arrivati. Ma la realtà, come sempre, era ben lontana dai pregiudizi dell’opinione pubblica e dai luoghi comuni, poiché gli alloggi assegnati ai Meridionali non erano nemmeno il 5 % di tutte le case popolari costruite dal Comune dopo la guerra.

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, pp. 105-106

Milano, corea

Foto tratta dal sito: www.danilodolci.org

Gli immigrati che arrivavano dal Sud, diversi per aspetto fisico, abbigliamento, modo di parlare o di interagire, pieni di valigie e di qualsiasi cosa fosse possibile portarsi dietro, apparivano agli occhi degli abitanti del Nord come dei profughi; esuli di un esercito straccione che aveva perduto una guerra.

Ed in fondo era vero, i Meridionali avevano perso, erano stati sconfitti dalle logiche della realpolitik dei governi italiani e dalla situazione internazionale che aveva una sola parola d’ordine: sconfiggere il comunismo e tutti coloro che a quell’idea, seppur vagamente, si rifacevano nelle proprie rivendicazioni di giustizia sociale.

Così, simili ai profughi e agli esuli coreani che in quegli stessi anni lasciavano le proprie terre in balìa della guerra e della medesima politica internazionale, quella massa di contadini, di braccianti, di giovani alla ricerca di un futuro migliore, di Terroni, arrivarono al Nord in veste di rifugiati in Patria.

Foto tratta dal sito: www.libreriainternazionaleilmare.blogspot.it

E quasi per logica conseguenza a Milano i quartieri dove in costruzioni precarie, improvvisate, disordinate, si stabilirono, vennero chiamate “Coree degli immigrati”, un neologismo coniato dal sentire popolare, ma segno di una diversità avvertita in modo forte dai residenti.

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, pp. 94-95

Lamento di un servo ad un Santo crocifisso

Un servu, tempu fa, di chista piazza
cussì priàva a Cristu e nci dicìa:
“Signuri ‘u me patruni mi strapazza,
mi tratta comu un cani pi la via,
tuttu mi pigghia cu la so’ manazza
la vita dici chi è mancu la mia.

Si jeu mi lagnu cchiù peju m’amminazza
chi ferri mi castja a prigiunia.
Undì jò mo ti prejiu ‘sta malarazza
distruggimmilla Tu, Cristu, pi mmia
distruggimmilla Tu, Cristu, pi mmia”.

“E tu forsi chi hai ciunchi li vrazza,
oppuru ll’ha ‘nchiovati com’a mmia?
Cu voli la giustizia si la fazza
non speri ch’autru la fazza pe ttia.
Si tu si omu e non si testa pazza
metti a profittu ‘sta sintenzia mia.
Jò non sarrìa supra sta cruciazza
s’avissi fattu quantu dicu a ttia!”

Lionardo Vigo – 1857

 

Approfondimento sul testo originario e sulle versioni successive:
http://www.irsap-agrigentum.it/lionardo_vigo_un_senvu.html

Si parte. Ragioni sociali ed economiche della partenza dal Meridione

Le ragioni di fondo, che determinarono l’avvio delle grandi migrazioni, sono complesse ed articolate e si possono riassumere in tre grandi motivazioni. La prima riguardava l’aspetto economico ovvero l’enorme indigenza e povertà in cui versavano le popolazioni meridionali subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e, con l’inizio degli anni Cinquanta, la differenza economica e occupazionale rispetto al Nord. La seconda, di tipo demografico e legislativo, interessava l’enorme sovrappopolazione delle campagne meridionali e la decisione del partito egemone al governo, la Democrazia Cristiana, di risolvere il problema con la pianificazione dell’emigrazione di massa. La terza, di tipo politico e culturale, era la diretta conseguenza della sconfitta delle lotte contadine e della sistematica esclusione dei suoi protagonisti dalla concessione delle terre e, più in generale, del sostanziale fallimento della riforma agraria, per cui i Meridionali furono costretti a ricominciare altrove.

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, p. 43

 

L’arrivo nella nebbia: tra accoglienza e discriminazione

Clizia
29 anni di Casoria

«Andando a lavorare in fabbrica qui erano tutti settentrionali, cioè erano tutti dello stesso paese, tutti si conoscevano fra loro, e io ero la prima meridionale che andava a lavorare lì. Dove lavoro ancora adesso. I primi giorni per me sono stati terribili. Perché anche come insegnarmi a lavorare, come si faceva, quasi come se chissà avessi qualche malattia addosso, non lo so, avevano persino paura di avvicinarsi. E per me è stato pure brutto, una brutta… Bruttissimo. Fra di loro sì, forse perché si conoscevano da anni, erano anni che lavoravano insieme, questo non lo so, però io essendo una meridionale non legavano proprio fin dal primo giorno che ci sono andata. Facevamo come attualmente facciamo cuscini per auto, cuscini, sedili. Io avevo sempre un certo timore a chiamare qualcuno, come si fa questo? perché anche la caposquadra metteva lì un lavoro e lasciava fare. Se una non lo sa fare bisogna starci insieme a insegnarci come lo si fa, no? E io avevo timore a chiedere. Io sono proprio un tipo per me stessa che piuttosto di chiedere una cosa anche che sbaglio me la faccio da sola. Però bisognerebbe forse chiedere. E rispondevano con un sì o con un no piuttosto seccate. Come per dire “non so,” “fai da te,” oppure “non m’interessi, se sbagli o se non sbagli non m’importa niente.” Cioè, c’era una certa alienanza. Fra di loro si capivano e facevano tutto, e te ti lasciavano da parte. Proprio come un muro. Allora.
Sono stata lì alla Pirelli di Brugherio fino a settembre, a settembre del ’62. Poi sono venuta qui a Sesto, alla Sapsa. E qui l’ambiente era più grande, c’era il triplo di persone, era il triplo di dove lavoravo prima, e per me c’erano anche più difficoltà. Sempre per quella cosa lì. Un po’ per il mio carattere che allora era piuttosto chiuso. Anch’io non riuscivo a collegare con le altre. Non lo so, però trovavo sempre un qualcosa che mi piaceva poco. Comunque io quando sono andata a Sesto ho trovato un po’ peggio, eh! Con una persona che son riuscita proprio a legare è stata la Ada; forse perché anche lei erano i primi giorni che lavorava lì ci siamo intese abbastanza bene, non c’era che lei era settentrionale e io meridionale, eravamo uguali. Ma là dentro c’erano sempre facce scure che si rubavano il lavoro una con l’altra. Io a queste cose qui non c’ero abituata. Per lavorare quella li rubava il lavoro a quella! per farlo prima lei; e c’era sempre un litigio dalla mattina a sera per il lavoro. Quella prende il lavoro di quella il suo lavoro più bello, il mio più brutto, insomma c’era sempre… ognuno pensava per sé, non è che facevano un po’ per uno in modo che lavorassero abbastanza bene tutte. Ognuno pensava per suo conto. L’unica che ho trovato veramente umana in Pirelli da allora è proprio la Ada.»

Testimonianza tratta da: Alasia F., Montaldi D. (1975), Corea – inchiesta sugli immigrati, pp. 364-365

Un Due Maggio diverso, lo sciopero al rovescio.

Giosuè
26 anni, calabrese
Il 2 maggio 1955 quaranta disoccupati di Sant’Andrea, abbiamo formato uno sciopero alla rovescia per andare al lavoro di una strada che conduceva dal comune di Sant’Andrea al comune di San Sostene che era interrotta dall’alluvione del 53 che il Genio Civile non voleva deliberare questo lavoro a nessuna ditta. Noi tutti ci siamo riuniti in piazza e siamo partiti, picchi e pala, al mattino alle sette siamo andati sul posto di lavoro affinché qualcuno della Prefettura venisse ad assistere a questo sciopero. Siamo arrivati, abbiamo incominciato a lavorare, a levare le pietre e fare un viottolo per passare almeno a pedoni. Verso le 10 è intervenuta la Legge. C’era il Brigadiere e due carabinieri, e basta per il primo giorno. Ha preso il nome e cognome a tutti e se ne è andato. Noi abbiamo continuato a lavorare fino alle cinque. Il giorno seguente la solita storia. Il terzo giorno è venuta anche la Tenenza dei carabinieri di Soverato, un maresciallo e sei carabinieri con le loro camionette. Stavano sul posto di lavoro prima di noi. Arrivati noi ci hanno fermati con i mitra come se fosse arrivata una banda. Ci hanno chiesto dove andiamo. Noi ci abbiamo risposto: “A lavorare.” La sua risposta: “Favorite sulle camionette.” Noi andavamo in cerca proprio di quello di dare smacco alla Prefettura e ognuno di noi cercava di buttare per primo sulla vettura gli arnesi di lavoro e di prendere posto. Così ci hanno portato in carcere a Catanzaro. Bene che abbiamo fatto 10 giorni di carcere: però il lavoro è andato in vigore che si sono occupati 200 padri di famiglia per un anno, perché poi l’hanno messo sui giornali che ci avevano arrestati. Ma di quelli che siamo stati arrestati nessuno è andato a lavorare, solo che uno e per sette mesi.
Ancora io poi sono stato a casa fando qualche giornata quando la trovavo, che ci avevo il matrimonio prossimo che sposai il 9 agosto del 55. Sposato a spasso sempre che lavoro non ce n’era.
250.000 lire di debiti sulle spalle sono stato costretto dopo tre mesi che ero sposato, lasciare la moglie in Calabria e sono ritornato nuovamente a Milano.
Sono arrivato a Milano il 23 novembre, ho trovato acqua, pioggia, tutti i giorni, giravo bagnato con un ombrello poco buono che mi aveva imprestato un mio amico, per trovar lavoro. Dormire dormivo in pensione da un mio paesano che davo 6.000 lire al mese e ci avevo pure la comodità di farmi da mangiare. Ci avevo tre mesi di pensione che io non potevo pagare e mi trovavo malissimo. Però il padrone di casa è stato così buono che delle sere mi dava anche un piatto di minestra. Così ho trovato lavoro e dopo due mesi e mezzo ho potuto mandargli i primi 5.000 lire alla moglie che stava giù. Io lavoravo senza libri e guadagnavo poco, finché ho trovato una ditta che lavoravo con i libri e che ho avuto la possibilità di dormire sul cantiere e risparmiavo di più.

Tratto da: Alasia F., Montaldi D. (1975), Corea – inchiesta sugli immigrati, pp. 189-190

La situazione del Meridione, una «questione» che viene da lontano

Il sangue è passato ancora,
sopra questa terra amara
La morte si fa destino,
lo sfregio diventa storia
il ferro fuoriesce dal corpo dei padri
davanti agli occhi dei loro figli
piangono senza riuscirci i bambini, nudi
L’Italia si svilupperà con l’arte
della rabbia ed il rancore
saranno cittadini senza nessun onore
saranno terre lontane e lacrime e bastimenti
il modo per dimenticarsi i torti ed il tradimento
per non provare i comandi dei soldati
dentro le nostre case,
gli insulti, i tormenti, le umiliazioni
che entrano nelle ossa
e sarà l’arte di vivere
senza credere più in nessuno
sarà l’arte di imbrogliare
per non coricarsi digiuni
saranno guappi, pettegole, ladri, santi, ruffiani
saranno duchi e cenciosi, preti e ciarlatani
profumi nei palazzi,
sottane e guardinfanti
bassi umidi e scuri,
bocche con l’alito di cipolle
una pizza col nome di regina
di chi fu il nemico di ieri
i nipoti di chi fu Brigante
saranno Carabinieri
sarà una ferita aperta
sotto l’acqua ed il sole,
un corpo che si spegne
senza emanare odore,
un grido senza voce
che va per terre e città,
un tormento senza nome
che la notte viene a trovarti
gente senza pace
troverà le parole giuste
per meglio nascondere
le cose che non vuol dire
sarà allontanarsi sempre
da ciò che tocca il cuore

sarà dimenticarsi l’innocenza,
sarà rendere più duro l’amore
sarà recitare la commedia
per le strade e nei letti
sarà far soffrire l’altro
solo per fargli dispetto
e il freddo scava la coscienza,
l’onestà diventa un capriccio
e per le genti della terra mia
ma io canto, canto, canto
canto per tutti
canto per dare coraggio,
canto per dare speranza
canto per la dignità
che ne abbiamo avuta tanta
canto un canto di uomini
che sono stati
Briganti ! 

Canzone tratta dall’epilogo del Film, Li chiamarono… briganti!, Interpretata da Lina Sastri. Traduzione personale.

 

Un Libro un Viaggio

Questo Viaggio in Portogallo è una storia. Storia di un viaggiatore all’interno del viaggio da lui compiuto, storia di un viaggio che in se stesso ha trasportato un viaggiatore, storia di un viaggio e di un viaggiatore riuniti nella fusione ricercata di chi vede e di ciò che è visto, un incontro non sempre pacifico tra soggettività e oggettività. Quindi: emozione e adattamento, riconoscimento e scoperta, conferma e sorpresa. Il viaggiatore ha viaggiato nel proprio paese. Il che significa che ha viaggiato all’interno di se stesso, per la cultura che l’ha educato e lo sta educando, significa che per molte settimane è stato riflettore delle immagini esterne, un vetro trasparente attraversato da luci e ombre, una placca sensibile che ha registrato, in transito e progresso, le impressioni, le voci, il mormorio interminabile di un popolo. Ecco ciò che voleva essere questo libro. Ecco ciò che suppone di aver conseguito in parte. Prenda il lettore le pagine che seguono come sfida e invito. Faccia il proprio viaggio secondo un proprio progetto, presti minimo ascolto alla facilità degli itinerari comodi e frequentati, accetti di sbagliare strada e di tornare indietro, o, al contrario, perseveri fino a inventare inusuali vie d’uscita verso il mondo. Non potrà fare miglior viaggio. E, se sarà sollecitato dalla propria sensibilità, registri a sua volta quel che ha visto e sentito, quel che ha detto e sentito dire. Insomma, prenda questo libro come esempio, mai come modello. La felicità, che il lettore lo sappia, ha molte facce.
Viaggiare, probabilmente, è una di queste. Affidi i fiori a chi sappia badarvi, e incominci. O ricominci. Nessun viaggio è definitivo.

José Saramago

Tratto dal romanzo Viaggio in Portogallo