Il Mezzogiorno sta morendo, ma le ferrovie si organizzano per farci scappare

Sebbene vi siano segnali positivi di crescita economica e dell’aumento delle esportazioni nell’ultimo triennio il PIL rimane inferiore del 10% al 2007, ovvero rispetto all’inizio della crisi. Un dato che sintetizza una situazione difficile e contraddittoria. Difficile, perché l’economia del Sud ha sofferto maggiormente la crisi rispetto al Centro Nord; contraddittoria perché negli ultimi anni, la crescita è stata uguale o superiore al resto d’Italia. In questo quadro, il dato della disoccupazione nel Mezzogiorno (-310 mila unità rispetto al 2008), in rapporto al Centro Nord (+242 mila unità rispetto al 2008), rivela tutta la drammaticità della situazione sociale. La povertà e lo svuotamento del Meridione, pertanto, diventano conseguenze inevitabili. I poveri nel 2017 arrivano all’11,4% della popolazione (1,6 in più del 2016) e l’emigrazione (verso il Nord Italia o l’estero) rimane una costante negativa che, ormai regolarmente, impoverisce il Sud di giovani e di “intelligenze” vitali per lo sviluppo di qualsiasi territorio.

Il saldo migratorio tra il 2002 e il 2016 è impressionante: 783.511, di cui i laureati rappresentano il 27,9% e i giovani il 72,1%. In 14 anni l’equivalente degli abitanti di Napoli hanno lasciato il Sud, senza contare il pendolarismo e le tante forme di emigrazione non rilevate dalle statistiche.

E in futuro sarà ancora peggio. Se, infatti, accostiamo a questi dati quelli delle nascite non si può che constatare che il Mezzogiorno sta morendo. Una proiezione demografica dei trend attuali evidenzia che nel 2065 ci vivranno 5.658.382 persone in meno, compensato solo in piccola parte dal saldo migratorio. Un’ecatombe nazionale che colpirà soprattutto il Meridione e che forse ci dovrebbe indurre a vedere con altri occhi gli stranieri che vogliono venire in Italia e nel Mezzogiorno.

Per approfondimenti qui

 

La vita di un ambulante povero

Ma le storie della “corea” si intrecciavano con le vite e le vicende dei suoi abitanti, spesso provenienti da dimensioni spaziali e abitudini culturali completamente diverse, sebbene accomunati dall’assoluta determinazione di conquistare il proprio piccolo pezzo di felicità e il diritto ad un’esistenza dignitosa.
E’ emblematico lo scontro, con le autorità comunali di Carlo, 22 anni, meridionale, venditore ambulante. Egli voleva proseguire il lavoro del padre che gli garantiva un certo giro di vendite e, come lui, si sentiva perseguitato dai verbali dei vigili urbani che diventarono praticamente la sua ossessione e il simbolo di un’ingiustizia.
Da un mestiere di tipo libero, si reinventò come manovale, venditore volante di fiori, spugnaio, ma le multe si moltiplicarono e, ad un certo punto, divennero insostenibili spogliandolo, oltre che di un introito economico, anche dell’unico mestiere che riteneva di saper fare veramente e perciò della sua dignità di lavoratore e di uomo. E se in teoria il Comune avrebbe dovuto garantirgli un alloggio per le sue condizioni economiche e familiari, in pratica, per avere la casa, dovette occuparne una, illegalmente.
Quella di Carlo, è una storia emblematica, suo malgrado, della difficoltà dei migranti di inserirsi in un sistema di regole che non teneva conto dei nuovi cittadini e delle loro esigenze, la sua richiesta di licenza di ambulante infatti gli era stata rifiutata più volte dal Comune e dal Prefetto, a causa della sua giovane età. La sua testimonianza si concludeva con una frase, drammatica e lucida, che assegnava, in modo tristemente appropriato, un titolo alla sua storia: «La vita di un ambulante povero».

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, pp. 130-131

I sacrifici dei migranti

Da un punto di vista materiale, come abbiamo visto, le vicissitudini che ogni migrante doveva affrontare erano assai numerose e di non facile soluzione, ma le incombenze dei singoli diventavano ancora più complicate quando si trattava delle famiglie. Abitualmente la moglie e i figli raggiungevano il capofamiglia in un momento successivo, quando egli aveva acquisito una relativa sistemazione, tuttavia creare le condizioni affinché il ricongiungimento fosse possibile in tempi relativamente rapidi, era un’impresa che impegnava tutte le risorse, mentali e materiali, e tale stabilità era relativa e non sempre perdurava nel tempo. Capitava, quindi, che intere famiglie si trovassero ad abitare nelle soffitte, nelle baracche, nelle vecchie caserme, nelle pensioni, nelle “Coree”, negli abituri, in vere e proprie bidonville o, addirittura, che rimanessero senza un tetto. Diversi furono gli interventi pubblici per i contesti più degradati e maggiormente visibili ma, quasi sempre, si trattò di provvedimenti disorganici che portarono alla costruzione di centri residenziali ghettizzanti – spesso in quartieri periferici o in zone urbanistiche già degradate – e con tempi sempre molto dilatati.
Perciò, il più delle volte, le famiglie dovettero fare affidamento esclusivamente sulle proprie risorse e non sempre trovarono alloggi adeguati e dignitosi. «L’immigrato ha in genere una famiglia ed è naturale che desideri portarla con sé, di conseguenza fin dai primi giorni ci mettiamo alla ricerca di un alloggio. A Torino, come tutti sanno molto bene, gli alloggi ci sono, ma gli operai immigrati non riescono ad occuparli.
Anche i motivi di questo fatto sono da tutti risaputi: oltre a non essere graditi ai padroni di casa perché siamo Meridionali ci sono un sacco di altri problemi tra cui prezzi da strozzini, cauzioni che non sappiamo come pagare, figli che nessuno vuole».
In ogni caso, le famiglie svolsero, nella difficile situazione economica e sociale dei migranti meridionali nelle città del Nord Italia, un ruolo decisivo. Esse, infatti, portarono in dote un’organizzazione estremamente efficiente maturata nella società contadina, ovverosia la capacità di adeguarsi costantemente alla realtà contingente e pertanto di adeguare, in modo duttile e flessibile, i consumi e i bisogni dei propri membri alle risorse disponibili, mantenendo, allo stesso tempo, un serrato ritmo di lavoro. La sopravvivenza della famiglia, perciò, veniva elevata a valore assoluto, a cui tutto doveva essere subordinato, anche a costo di sacrifici, per i propri componenti, al limite della sopportazione e spingendo all’estremo l’utilizzo di ogni mezzo posseduto, sia tramite l’auto-sfruttamento, sia riducendo i propri consumi. Emblematiche sono le scene riguardanti le dinamiche familiari del celebre film di Luchino Visconti, Rocco e i suoi fratelli, dove la famiglia in quanto tale, con i propri errori ed orrori, doveva essere tutelata in ogni modo, a costo di sacrificare, nei fatti, la vita di ogni suo singolo membro. […] L’emigrazione pertanto era un modo per raggiungere un cambiamento tangibile e non semplicemente una fuga rispetto ad una condizione di miseria, tuttavia tale obiettivo si perseguiva facendo affidamento esclusivamente sulle proprie capacità e risorse o sulla solidarietà della famiglia.

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, pp. 119-121

Milano, corea

Foto tratta dal sito: www.danilodolci.org

Gli immigrati che arrivavano dal Sud, diversi per aspetto fisico, abbigliamento, modo di parlare o di interagire, pieni di valigie e di qualsiasi cosa fosse possibile portarsi dietro, apparivano agli occhi degli abitanti del Nord come dei profughi; esuli di un esercito straccione che aveva perduto una guerra.

Ed in fondo era vero, i Meridionali avevano perso, erano stati sconfitti dalle logiche della realpolitik dei governi italiani e dalla situazione internazionale che aveva una sola parola d’ordine: sconfiggere il comunismo e tutti coloro che a quell’idea, seppur vagamente, si rifacevano nelle proprie rivendicazioni di giustizia sociale.

Così, simili ai profughi e agli esuli coreani che in quegli stessi anni lasciavano le proprie terre in balìa della guerra e della medesima politica internazionale, quella massa di contadini, di braccianti, di giovani alla ricerca di un futuro migliore, di Terroni, arrivarono al Nord in veste di rifugiati in Patria.

Foto tratta dal sito: www.libreriainternazionaleilmare.blogspot.it

E quasi per logica conseguenza a Milano i quartieri dove in costruzioni precarie, improvvisate, disordinate, si stabilirono, vennero chiamate “Coree degli immigrati”, un neologismo coniato dal sentire popolare, ma segno di una diversità avvertita in modo forte dai residenti.

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, pp. 94-95

Lamento di un servo ad un Santo crocifisso

Un servu, tempu fa, di chista piazza
cussì priàva a Cristu e nci dicìa:
“Signuri ‘u me patruni mi strapazza,
mi tratta comu un cani pi la via,
tuttu mi pigghia cu la so’ manazza
la vita dici chi è mancu la mia.

Si jeu mi lagnu cchiù peju m’amminazza
chi ferri mi castja a prigiunia.
Undì jò mo ti prejiu ‘sta malarazza
distruggimmilla Tu, Cristu, pi mmia
distruggimmilla Tu, Cristu, pi mmia”.

“E tu forsi chi hai ciunchi li vrazza,
oppuru ll’ha ‘nchiovati com’a mmia?
Cu voli la giustizia si la fazza
non speri ch’autru la fazza pe ttia.
Si tu si omu e non si testa pazza
metti a profittu ‘sta sintenzia mia.
Jò non sarrìa supra sta cruciazza
s’avissi fattu quantu dicu a ttia!”

Lionardo Vigo – 1857

 

Approfondimento sul testo originario e sulle versioni successive:
http://www.irsap-agrigentum.it/lionardo_vigo_un_senvu.html

L’arrivo nella nebbia: tra accoglienza e discriminazione

Clizia
29 anni di Casoria

«Andando a lavorare in fabbrica qui erano tutti settentrionali, cioè erano tutti dello stesso paese, tutti si conoscevano fra loro, e io ero la prima meridionale che andava a lavorare lì. Dove lavoro ancora adesso. I primi giorni per me sono stati terribili. Perché anche come insegnarmi a lavorare, come si faceva, quasi come se chissà avessi qualche malattia addosso, non lo so, avevano persino paura di avvicinarsi. E per me è stato pure brutto, una brutta… Bruttissimo. Fra di loro sì, forse perché si conoscevano da anni, erano anni che lavoravano insieme, questo non lo so, però io essendo una meridionale non legavano proprio fin dal primo giorno che ci sono andata. Facevamo come attualmente facciamo cuscini per auto, cuscini, sedili. Io avevo sempre un certo timore a chiamare qualcuno, come si fa questo? perché anche la caposquadra metteva lì un lavoro e lasciava fare. Se una non lo sa fare bisogna starci insieme a insegnarci come lo si fa, no? E io avevo timore a chiedere. Io sono proprio un tipo per me stessa che piuttosto di chiedere una cosa anche che sbaglio me la faccio da sola. Però bisognerebbe forse chiedere. E rispondevano con un sì o con un no piuttosto seccate. Come per dire “non so,” “fai da te,” oppure “non m’interessi, se sbagli o se non sbagli non m’importa niente.” Cioè, c’era una certa alienanza. Fra di loro si capivano e facevano tutto, e te ti lasciavano da parte. Proprio come un muro. Allora.
Sono stata lì alla Pirelli di Brugherio fino a settembre, a settembre del ’62. Poi sono venuta qui a Sesto, alla Sapsa. E qui l’ambiente era più grande, c’era il triplo di persone, era il triplo di dove lavoravo prima, e per me c’erano anche più difficoltà. Sempre per quella cosa lì. Un po’ per il mio carattere che allora era piuttosto chiuso. Anch’io non riuscivo a collegare con le altre. Non lo so, però trovavo sempre un qualcosa che mi piaceva poco. Comunque io quando sono andata a Sesto ho trovato un po’ peggio, eh! Con una persona che son riuscita proprio a legare è stata la Ada; forse perché anche lei erano i primi giorni che lavorava lì ci siamo intese abbastanza bene, non c’era che lei era settentrionale e io meridionale, eravamo uguali. Ma là dentro c’erano sempre facce scure che si rubavano il lavoro una con l’altra. Io a queste cose qui non c’ero abituata. Per lavorare quella li rubava il lavoro a quella! per farlo prima lei; e c’era sempre un litigio dalla mattina a sera per il lavoro. Quella prende il lavoro di quella il suo lavoro più bello, il mio più brutto, insomma c’era sempre… ognuno pensava per sé, non è che facevano un po’ per uno in modo che lavorassero abbastanza bene tutte. Ognuno pensava per suo conto. L’unica che ho trovato veramente umana in Pirelli da allora è proprio la Ada.»

Testimonianza tratta da: Alasia F., Montaldi D. (1975), Corea – inchiesta sugli immigrati, pp. 364-365

Un Due Maggio diverso, lo sciopero al rovescio.

Giosuè
26 anni, calabrese
Il 2 maggio 1955 quaranta disoccupati di Sant’Andrea, abbiamo formato uno sciopero alla rovescia per andare al lavoro di una strada che conduceva dal comune di Sant’Andrea al comune di San Sostene che era interrotta dall’alluvione del 53 che il Genio Civile non voleva deliberare questo lavoro a nessuna ditta. Noi tutti ci siamo riuniti in piazza e siamo partiti, picchi e pala, al mattino alle sette siamo andati sul posto di lavoro affinché qualcuno della Prefettura venisse ad assistere a questo sciopero. Siamo arrivati, abbiamo incominciato a lavorare, a levare le pietre e fare un viottolo per passare almeno a pedoni. Verso le 10 è intervenuta la Legge. C’era il Brigadiere e due carabinieri, e basta per il primo giorno. Ha preso il nome e cognome a tutti e se ne è andato. Noi abbiamo continuato a lavorare fino alle cinque. Il giorno seguente la solita storia. Il terzo giorno è venuta anche la Tenenza dei carabinieri di Soverato, un maresciallo e sei carabinieri con le loro camionette. Stavano sul posto di lavoro prima di noi. Arrivati noi ci hanno fermati con i mitra come se fosse arrivata una banda. Ci hanno chiesto dove andiamo. Noi ci abbiamo risposto: “A lavorare.” La sua risposta: “Favorite sulle camionette.” Noi andavamo in cerca proprio di quello di dare smacco alla Prefettura e ognuno di noi cercava di buttare per primo sulla vettura gli arnesi di lavoro e di prendere posto. Così ci hanno portato in carcere a Catanzaro. Bene che abbiamo fatto 10 giorni di carcere: però il lavoro è andato in vigore che si sono occupati 200 padri di famiglia per un anno, perché poi l’hanno messo sui giornali che ci avevano arrestati. Ma di quelli che siamo stati arrestati nessuno è andato a lavorare, solo che uno e per sette mesi.
Ancora io poi sono stato a casa fando qualche giornata quando la trovavo, che ci avevo il matrimonio prossimo che sposai il 9 agosto del 55. Sposato a spasso sempre che lavoro non ce n’era.
250.000 lire di debiti sulle spalle sono stato costretto dopo tre mesi che ero sposato, lasciare la moglie in Calabria e sono ritornato nuovamente a Milano.
Sono arrivato a Milano il 23 novembre, ho trovato acqua, pioggia, tutti i giorni, giravo bagnato con un ombrello poco buono che mi aveva imprestato un mio amico, per trovar lavoro. Dormire dormivo in pensione da un mio paesano che davo 6.000 lire al mese e ci avevo pure la comodità di farmi da mangiare. Ci avevo tre mesi di pensione che io non potevo pagare e mi trovavo malissimo. Però il padrone di casa è stato così buono che delle sere mi dava anche un piatto di minestra. Così ho trovato lavoro e dopo due mesi e mezzo ho potuto mandargli i primi 5.000 lire alla moglie che stava giù. Io lavoravo senza libri e guadagnavo poco, finché ho trovato una ditta che lavoravo con i libri e che ho avuto la possibilità di dormire sul cantiere e risparmiavo di più.

Tratto da: Alasia F., Montaldi D. (1975), Corea – inchiesta sugli immigrati, pp. 189-190

Intervista rilasciata al sito Ciavula.it

Nicola Candido, emigrato come tanti negli anni novanta, è di Caulonia e ha scritto un libro proprio sull’esperienza e le vicende di milioni di nostri concittadini che hanno lasciato la Calabria e il Mezzogiorno per studiare o cercare lavoro al Nord.
Uscito qualche settimana fa “I Migranti Meridionali nel Nord Italia, dal dopoguerra ad oggi”, edito da Prospettiva Editrice, 362 pagine, 15,00 euro è un libro denso di informazioni che ripercorre la storia, ancora poco conosciuta, dell’emigrazione meridionale verso il Nord Italia. I Migranti Meridionali vengono considerati, in modo originale, come un “popolo” che emigra verso Nord alla ricerca di una vita migliore e di riscatto e diventano i protagonisti di una delle stagioni più straordinarie della storia italiana, quella del boom economico e delle successive lotte operaie e studentesche.

La prima domanda, una mia curiosità, come mai un libro sui Migranti Meridionali nel Nord Italia?

Sono partito dal mio desiderio, da Meridionale che vive al Nord, di capire quanto ci fosse di vero sui luoghi comuni che circondano i Meridionali e in che misura questi descrivono realmente quello che si dice su di “Noi”. E poi da un dato di fatto: i migranti meridionali sono molto numerosi e spesso, quando ci si incontra, c’è il riconoscimento di una sorta di appartenenza comune, un’identità condivisa che si potrebbe anche assimilare ad una subcultura particolare. Del resto, è un meccanismo che condividiamo con tutti i Migranti, siano essi interni o internazionali. Volevo raccontare di un piccolo “mondo” poco conosciuto e che mi piaceva portare alla luce.

Però, non è un libro “generico” sui Meridionali, mi sono concentrato sul ruolo che i Meridionali ebbero nelle lotte operaie e generazionali che si svolsero in Italia negli Sessanta e Settanta. In particolare, nelle città più importanti del cosiddetto Triangolo industriale, tuttavia sebbene abbia considerato soprattutto gli arrivi a Torino, Milano e Genova penso che tale movimento migratorio fosse rappresentativo del fenomeno generale delle migrazioni Sud-Nord e facesse parte dell’avanguardia del vasto Movimento di protesta che genericamente chiamiamo del ‘68.

E quindi quanto c’è di vero nei tanti luoghi comuni che circolano sui Meridionali?

In qualche modo, lungo l’intero libro c’è una decostruzione di molti pregiudizi sui Meridionali, come l’apatia, il poco senso civico, la remissività, ecc. Ho cercato di raccontare una storia collettiva (anche tramite alcune vicende individuali) diversa da quella che spesso si conosce o che viene narrata sull’emigrazione dei Meridionali. In quegli anni, al contrario di quello che normalmente si ritiene, siamo stati i protagonisti di un cambiamento positivo che ha lasciato ricadute profonde e positive nella cultura, nella politica e nella legislazione italiana.

Il racconto della storia dei migranti Meridionali inizia molto prima, addirittura, nel primo capitolo, si parte dall’Unità d’Italia…

Si, è vero. C’è un’ampia descrizione della storia del Mezzogiorno prendendo in considerazione la recente storiografia che ha rivisitato in maniera critica il processo di unificazione italiana, mettendo in evidenza anche le ombre di quel periodo, sebbene molti aspetti fossero già noti da tempo. Mi riferisco, soprattutto, alle ragioni economiche e sociali che fecero sorgere, dopo l’Unità, la cosiddetta “questione meridionale” o le conseguenze, nefaste e devastanti, delle politiche autarchiche del fascismo o di quelle inflazionistiche degli Alleati o l’inizio della Guerra Fredda, subito dopo la Liberazione. Oppure dall’altra parte, l’influenza avuta dal movimento per l’occupazione delle terre incolte e della successiva, e parziale, Riforma agraria. Tutte vicende che ebbero un peso notevole sulla storia, la cultura, oserei dire, la mentalità e gli atteggiamenti dei Migranti meridionali.

Veniamo al tema centrale del libro, che ruolo ebbero i Meridionali nelle lotte degli anni Sessanta e Settanta nel Nord Italia?

Io penso, e credo d’averlo anche dimostrato, che abbiano avuto un ruolo fondamentale se non decisivo. Innanzitutto, contribuirono ad avviare, e poi ne divennero una componente essenziale, quel ciclo di lotte cominciato all’inizio degli anni Sessanta, e protrattosi fino alla fine dei Settanta, che ha cambiato profondamente la società italiana sia da un punto di vista sociale che politico. Per intenderci, i Migranti meridionali sono stati i protagonisti delle lotte alla FIAT e nelle grandi fabbriche del Nord Italia nel biennio 1968-69, innovando sia le modalità di scioperare, sia legando il tema dei diritti dei lavoratori a quello sociale, ovvero dei diritti di tutti i cittadini. Hanno generalizzato le lotte e connesso la vertenza operaia con i bisogni generali dei cittadini e con il movimento studentesco e, quindi, con le rivendicazioni, per cosi dire, generazionali. Del resto, i Meridionali all’epoca incarnavano tutte queste caratteristiche. Erano gli operai più sfruttati, per la maggior parte molto giovani e vivevano in condizioni sociali drammatiche. E, ad un certo punto, si sono ribellati, portando in quella ribellione tutto il bagaglio culturale e di esperienza delle loro terre di origine. Unendo, anche in questa occasione, la spinta ribellista, l’esperienza delle lotte per la Riforma agraria con il movimento operaio del Nord Italia, sindacalizzato, politicizzato, composto soprattutto da quadri operai specializzati che avevano fatto la Resistenza e vissuto fin dall’inizio la nascita del mondo della grande fabbrica di tipo fordista.

Parlavi di conquiste, quali sono state le più importanti?

Direi che il punto di svolta fu il contratto degli operai metalmeccanici del gennaio del 1970, arrivato dopo otto mesi di scioperi durissimi e dopo la strage di Piazza Fontana, con il quale si ottennero aumenti salariali significativi e molti diritti, fino ad allora sconosciuti. Dalle libertà sindacali, al miglioramento delle condizioni di lavoro negli stabilimenti, ma soprattutto si ottenne la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali (passate in un decennio da 48 a 40), piccole e grandi conquiste, che elevarono i lavoratori a cittadini anche nelle fabbriche. Poi sull’onda di questa mobilitazione e grazie alla forza acquisita in quegli anni dai lavoratori a giugno di quell’anno venne approvato lo Statuto dei lavoratori con il quale la democrazia e la Costituzione Repubblicana entrarono, per la prima volta, in fabbrica creando un clima di partecipazione democratica che investi tutti gli ambiti della società. Furono anni straordinari di lotta e i migranti Meridionali furono i protagonisti di quei conflitti.

Nell’ultimo capitolo del libro affronti da una parte la ripresa, a partire dagli anni Novanta, delle Migrazioni interne, dall’altra dai uno sguardo sulle seconde generazioni e alle attuali migrazioni dall’estero verso l’Italia…

Negli anni Ottanta si è pensato che l’emigrazione dal Sud verso il Centro Nord fosse sparita, ma in realtà era solo in buona misura “nascosta” alle statistiche anche se molti di noi sanno benissimo che non si era mai arrestata. Tuttavia, questa “sparizione” era avvenuta per diversi motivi. I rientri dei primi emigranti e il cambiamento della tipologia di emigrazione, infatti, avevano portato ad una riduzione notevole dei saldi negativi del fenomeno migratorio, tuttavia ciò non ha certo significato la fine delle partenze. Molti sono ritornati al Sud da pensionati, ma i giovani sono continuati a partire e a spogliare il Meridione della sua risorsa più preziosa: il capitale umano. D’altro canto, l’emigrazione ha smesso di essere un fenomeno sociale eclatante. Non si vedono più “i treni del sole” che portano intere famiglie con tutti i loro averi. Perciò, da una parte è cambiata la tipologia di migranti, oggi i migranti meridionali hanno un livello di istruzione medio-alto, si spostano senza famiglia e sono più precari, perciò meno “identificabili” come migranti in cerca di fortuna. Dall’altra, ha assunto una portata notevole anche il pendolarismo di lungo raggio, ovvero la possibilità di rimanere ancorati alla propria famiglia d’origine e di fare il pendolare dal Sud a Nord, con maggiore turn-over e senza spostare la propria residenza. Sta di fatto, tuttavia, che dalla metà degli Novanta fino ad oggi il fenomeno migratorio ha assunto proporzioni paragonabili agli anni Sessanta se non superiori.
I Meridionali che lasciano ogni anno la propria terra sono decine di migliaia.
Per le seconde generazioni la situazione non è stata facile. Tranne qualche caso eclatante, ma raro, i giovani nati al Nord da emigranti meridionali hanno dovuto risalire l’intera scala sociale e affrontare molte difficoltà per inserirsi nei circuiti economici e professionali. I lavoratori Meridionali, infatti, partivano dai gradini più bassi della società e nonostante gli enormi sacrifici il loro percorso di emancipazione non è stato breve. Le analogie con le attuali migrazioni internazionali sono numerose. Le difficoltà, salvo la questione della cittadinanza, e le discriminazioni che vivono sono le medesime di quelle dei Meridionali e i pregiudizi e il meccanismo del “capro espiatorio” si stanno ripetendo con sconcertante similitudine. I Meridionali venivano, infatti, accusati delle peggiori nefandezze e oggi con gli stranieri sta accadendo la stessa cosa.

Infine, progetti per il futuro?

Mi piacerebbe approfondire proprio quest’ultimo aspetto delle seconde generazioni. Studiare meglio i percorsi sociali e capire meglio quali sono state le traiettorie personali di questi milioni di Meridionali. Se hanno mantenuto un legame “sentimentale” con il Sud e quali sono i percorsi delle ormai terze generazioni. E poi, perché no, mi piacerebbe indagare anche sui percorsi migratori dei Cauloniesi.

Tratto da Il nuovo libro di Nicola Candido “I migranti meridionali nel nord Italia, dal dopoguerra ad oggi” reperibile sul sito Ciavula.it.