Un Due Maggio diverso, lo sciopero al rovescio.

Giosuè
26 anni, calabrese
Il 2 maggio 1955 quaranta disoccupati di Sant’Andrea, abbiamo formato uno sciopero alla rovescia per andare al lavoro di una strada che conduceva dal comune di Sant’Andrea al comune di San Sostene che era interrotta dall’alluvione del 53 che il Genio Civile non voleva deliberare questo lavoro a nessuna ditta. Noi tutti ci siamo riuniti in piazza e siamo partiti, picchi e pala, al mattino alle sette siamo andati sul posto di lavoro affinché qualcuno della Prefettura venisse ad assistere a questo sciopero. Siamo arrivati, abbiamo incominciato a lavorare, a levare le pietre e fare un viottolo per passare almeno a pedoni. Verso le 10 è intervenuta la Legge. C’era il Brigadiere e due carabinieri, e basta per il primo giorno. Ha preso il nome e cognome a tutti e se ne è andato. Noi abbiamo continuato a lavorare fino alle cinque. Il giorno seguente la solita storia. Il terzo giorno è venuta anche la Tenenza dei carabinieri di Soverato, un maresciallo e sei carabinieri con le loro camionette. Stavano sul posto di lavoro prima di noi. Arrivati noi ci hanno fermati con i mitra come se fosse arrivata una banda. Ci hanno chiesto dove andiamo. Noi ci abbiamo risposto: “A lavorare.” La sua risposta: “Favorite sulle camionette.” Noi andavamo in cerca proprio di quello di dare smacco alla Prefettura e ognuno di noi cercava di buttare per primo sulla vettura gli arnesi di lavoro e di prendere posto. Così ci hanno portato in carcere a Catanzaro. Bene che abbiamo fatto 10 giorni di carcere: però il lavoro è andato in vigore che si sono occupati 200 padri di famiglia per un anno, perché poi l’hanno messo sui giornali che ci avevano arrestati. Ma di quelli che siamo stati arrestati nessuno è andato a lavorare, solo che uno e per sette mesi.
Ancora io poi sono stato a casa fando qualche giornata quando la trovavo, che ci avevo il matrimonio prossimo che sposai il 9 agosto del 55. Sposato a spasso sempre che lavoro non ce n’era.
250.000 lire di debiti sulle spalle sono stato costretto dopo tre mesi che ero sposato, lasciare la moglie in Calabria e sono ritornato nuovamente a Milano.
Sono arrivato a Milano il 23 novembre, ho trovato acqua, pioggia, tutti i giorni, giravo bagnato con un ombrello poco buono che mi aveva imprestato un mio amico, per trovar lavoro. Dormire dormivo in pensione da un mio paesano che davo 6.000 lire al mese e ci avevo pure la comodità di farmi da mangiare. Ci avevo tre mesi di pensione che io non potevo pagare e mi trovavo malissimo. Però il padrone di casa è stato così buono che delle sere mi dava anche un piatto di minestra. Così ho trovato lavoro e dopo due mesi e mezzo ho potuto mandargli i primi 5.000 lire alla moglie che stava giù. Io lavoravo senza libri e guadagnavo poco, finché ho trovato una ditta che lavoravo con i libri e che ho avuto la possibilità di dormire sul cantiere e risparmiavo di più.

Tratto da: Alasia F., Montaldi D. (1975), Corea – inchiesta sugli immigrati, pp. 189-190

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