La vita di un ambulante povero

Ma le storie della “corea” si intrecciavano con le vite e le vicende dei suoi abitanti, spesso provenienti da dimensioni spaziali e abitudini culturali completamente diverse, sebbene accomunati dall’assoluta determinazione di conquistare il proprio piccolo pezzo di felicità e il diritto ad un’esistenza dignitosa.
E’ emblematico lo scontro, con le autorità comunali di Carlo, 22 anni, meridionale, venditore ambulante. Egli voleva proseguire il lavoro del padre che gli garantiva un certo giro di vendite e, come lui, si sentiva perseguitato dai verbali dei vigili urbani che diventarono praticamente la sua ossessione e il simbolo di un’ingiustizia.
Da un mestiere di tipo libero, si reinventò come manovale, venditore volante di fiori, spugnaio, ma le multe si moltiplicarono e, ad un certo punto, divennero insostenibili spogliandolo, oltre che di un introito economico, anche dell’unico mestiere che riteneva di saper fare veramente e perciò della sua dignità di lavoratore e di uomo. E se in teoria il Comune avrebbe dovuto garantirgli un alloggio per le sue condizioni economiche e familiari, in pratica, per avere la casa, dovette occuparne una, illegalmente.
Quella di Carlo, è una storia emblematica, suo malgrado, della difficoltà dei migranti di inserirsi in un sistema di regole che non teneva conto dei nuovi cittadini e delle loro esigenze, la sua richiesta di licenza di ambulante infatti gli era stata rifiutata più volte dal Comune e dal Prefetto, a causa della sua giovane età. La sua testimonianza si concludeva con una frase, drammatica e lucida, che assegnava, in modo tristemente appropriato, un titolo alla sua storia: «La vita di un ambulante povero».

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, pp. 130-131

Quando i migranti nel Nord Italia erano i Meridionali

Spesso la Storia si ripete, ma altrettanto spesso ci si dimentica da dove veniamo e cosa siamo stati (e siamo ancora): un popolo di migranti.

«Giuseppe, pugliese, comunista, non ha ritegni nel dire che “la vita era migliore in Germania anziché in Italia” e poi sviluppa una lunga lotta individuale, in Sesto San Giovanni, per ottenere la casa. Crudo è il suo giudizio sul “razzismo” che ritrova nelle stesse file del suo partito, fino ad avvertire che la spaccatura di classe incide anche nelle istanze di base, ed ecco che egli impiega la propria coscienza nella critica contro “i dirigenti” che sono rimasti “tutti lombardi,” ed è appunto questo modo di battersi: che lo porta alla grande comprensione finale nella quale viene rivendicata la fratellanza, l’eguaglianza» (Corea – inchiesta sugli immigrati, cit. p. 246)
Il sentimento conflittuale verso i migranti ebbe anche un’espressione politica, sebbene di poco respiro. A Torino tra il 1954 e il 1964 prese piede il MARP (Movimento per l’Autonomia Regionale Piemontese), nel cui programma si sosteneva il blocco dell’immigrazione e il rifiuto dell’integrazione permanente dei migranti, ma dopo un discreto consenso iniziale il Movimento declinò e scomparve.
Tuttavia, se da un punto di vista generale i movimenti politici esplicitamente discriminatori nei confronti dei Meridionali non ebbero fortuna, le ricadute concrete nella vita dei migranti furono diverse: a Genova, per esempio, si stabilirono criteri esplicitamente antimeridionali per l’assegnazione delle case popolari che la propaganda anti-immigrati diceva essere monopolizzate dai nuovi arrivati. Ma la realtà, come sempre, era ben lontana dai pregiudizi dell’opinione pubblica e dai luoghi comuni, poiché gli alloggi assegnati ai Meridionali non erano nemmeno il 5 % di tutte le case popolari costruite dal Comune dopo la guerra.

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, pp. 105-106

Milano, corea

Foto tratta dal sito: www.danilodolci.org

Gli immigrati che arrivavano dal Sud, diversi per aspetto fisico, abbigliamento, modo di parlare o di interagire, pieni di valigie e di qualsiasi cosa fosse possibile portarsi dietro, apparivano agli occhi degli abitanti del Nord come dei profughi; esuli di un esercito straccione che aveva perduto una guerra.

Ed in fondo era vero, i Meridionali avevano perso, erano stati sconfitti dalle logiche della realpolitik dei governi italiani e dalla situazione internazionale che aveva una sola parola d’ordine: sconfiggere il comunismo e tutti coloro che a quell’idea, seppur vagamente, si rifacevano nelle proprie rivendicazioni di giustizia sociale.

Così, simili ai profughi e agli esuli coreani che in quegli stessi anni lasciavano le proprie terre in balìa della guerra e della medesima politica internazionale, quella massa di contadini, di braccianti, di giovani alla ricerca di un futuro migliore, di Terroni, arrivarono al Nord in veste di rifugiati in Patria.

Foto tratta dal sito: www.libreriainternazionaleilmare.blogspot.it

E quasi per logica conseguenza a Milano i quartieri dove in costruzioni precarie, improvvisate, disordinate, si stabilirono, vennero chiamate “Coree degli immigrati”, un neologismo coniato dal sentire popolare, ma segno di una diversità avvertita in modo forte dai residenti.

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, pp. 94-95