L’Imperialismo statunitense in Italia negli anni ’50

L’ingerenza imperialista americana non è certo recente. Già negli anni 50′, in Italia, l’Ambasciatrice statunitense ricattava e ingeriva addirittura nelle elezioni sindacali di fabbrica. Si dovranno aspettare lo Statuto dei lavoratori e gli anni 70′ perchè la democrazia ritorni nelle fabbriche. 

«Insomma, il clima degli anni Cinquanta in FIAT era quello di un universo parallelo dove, sebbene vi fossero taluni vantaggi materiali come un welfare aziendale più ampio e remunerativo, la disciplina e l’organizzazione gerarchica regnavano incontrastate.
Lo scontro tra l’Amministratore Delegato Valletta e la CGIL aveva portato ad un ridimensionamento del sindacato e alla sterilizzazione di qualsiasi dissenso. Esso, tuttavia, fu ottenuto con metodi spregiudicati e spesso illegali: dai licenziamenti per rappresaglia degli attivisti sindacali, alla schedatura sulle preferenze politiche – in collaborazione con le autorità di pubblica sicurezza – degli operai in fabbrica e dei lavoratori nella fase di selezione prima dell’assunzione
. 1
Persino gli Stati Uniti, tramite il loro Ambasciatore in Italia, Clare Boothe Luce, esercitarono una pressione fortissima e inusuale, il dipartimento della Difesa affermò che non sarebbero stati concessi altri contratti alle imprese italiane nelle quali i candidati della CGIL avessero ottenuto più del 50% nelle elezioni delle Commissioni interne.2
I risultati della repressione e delle intimidazioni non tardarono ad arrivare, nelle elezioni del marzo 1955 la CGIL subì un tracollo, passando dal 63,2% dei suffragi del 1954 al 36,7%,3 era la prima volta che scendeva sotto il 50% dalla fine della guerra.4

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, p. 186

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Note

(1) – Turone S. (1992), Storia del sindacato in Italia, Dal 1943 al crollo del comunismo, Laterza Editore, pp. 182-183

(2) – Ibidem, pp. 186-187

(3) – Berta G. (1998), Conflitto industriale e struttura d’impresa alla Fiat, Bologna, Società editrice il Mulino, p. 111

(4) – Ginsborg P. (2006), Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, op. cit., p. 259

Le migrazioni interne? Favorirono gli scioperi e le lotte!

«Oltre ad un aspetto soggettivo dell’influenza dei migranti meridionali nel Nord vi è un aspetto oggettivo, ovvero le conseguenze che determinarono nel mercato del lavoro. Di certo, le migrazioni Sud-Nord assecondarono una forte domanda di lavoro, ma svolsero anche un ruolo concorrenziale nei confronti della forza-lavoro locale, poiché andavano incontro, maggiormente, alle esigenze produttive. I Meridionali erano giovani e in grado di sostenere i ritmi di lavoro del sistema taylorista, più disponibili al cambiamento e meno costosi, quasi tutti partivano dalla qualifica più bassa. Dal punto di vista delle imprese e del sistema produttivo, perciò, le migrazioni erano economicamente convenienti, anche se non era altrettanto per i lavoratori, meridionali o del Nord. Si creava così un processo di sostituzione di forza locale con quella immigrata e questo è evidente, ad esempio, in Lombardia tra il 1959 e il 1968, dove il tasso di attività della popolazione locale era di circa il 40% e il tasso di attività di quella immigrata del 65-66%. 1
L’effetto che si produceva non era di semplice soddisfacimento delle necessità di domanda di lavoro in eccesso nelle regioni del Nord, ma anche di sostituzione di talune categorie di lavoratori e in determinati settori. I più colpiti furono le donne, il cui tasso di attività passò dal 29,3 % del 1959 al 23,7% del 1968, e gli anziani. In quegli anni, infatti, si assistette sia alla “mascolinizzazione”, soprattutto, nel settore industriale e dei servizi, sia all’espulsione dal mondo del lavoro dei lavoratori con più di cinquant’anni, ritenuti incapaci di reggere agli spossanti ritmi produttivi.2
Se si osserva la distribuzione settoriale degli immigrati nei medesimi anni presi in considerazione, emerge in modo chiaro l’elevata incidenza dell’immigrazione nei settori dell’industria e dei servizi, contemporaneamente, però, si assiste ad una divaricazione crescente delle qualifiche tra impiegati, dirigenti e, in misura minore, operai specializzati e operai semi-qualificati e comuni, con la conseguenza che sempre più spesso si avevano basse qualifiche a causa della situazione contrattuale e non alla reale formazione. Inevitabilmente, quindi, gli addetti alle produzioni, sebbene esercitassero funzioni complesse, ricadevano nelle qualifiche più basse, le quali avevano ormai assunto una connotazione economica e salariale perdendo il loro significato professionale specifico. Ed è a partire da queste condizioni particolari che molti scioperi e proteste avevano al centro la questione della qualifica per gli operai comuni.3
Interessanti, per comprendere le dinamiche che Interessanti, per comprendere le dinamiche che si svilupparono in quegli anni in Italia, sono le osservazioni di Alain Touraine, il quale affermava che l’arrivo di così tanti immigrati in una sola area del Paese creava le condizioni affinché costoro prendessero coscienza di rappresentare una “nuova nazione” in cammino e, con la loro presenza, di produrre il cambiamento dei modelli di relazioni sociali esistenti. I lavoratori immigrati perciò contribuirono, direttamente o indirettamente, a far emergere l’importanza dello sviluppo economico in atto e il ruolo, determinante, che essi svolgevano al suo interno.
Le migrazioni interne italiane, accompagnate da una vasta espansione della domanda di lavoro e da una forte mobilità,
invece di frenare la ripresa della combattività politica e sindacale della classe operaia, la favorirono fornendo una massa di giovani operai immigrati che, in molti casi, ebbero un ruolo di particolare rilievo negli scioperi e nelle manifestazioni politiche di piazza.4
Ciò dipese sia dalla composizione sociale e culturale degli immigrati che spesso avevano già vissuto le lotte per la terra o provenivano da zone dove le ribellioni avevano segnato la memoria collettiva, sia per un processo di adesione ai valori dominanti a livello operaio trovati nelle zone industriali di arrivo.
Essi quindi avevano partecipato non solo per l’immediato ritorno economico e di miglioramento materiale, dentro e fuori la fabbrica, ma perché lottare significava identificarsi, a tutti gli effetti, con il nuovo ambiente urbano-industriale e con la classe lavoratrice locale. Tuttavia, tale scambio, non avvenne in modo unilaterale, perché gli immigrati, da una parte, contribuirono a rilanciare e a sostenere il processo unitario avviato dai sindacati e, dall’altra, con la loro spinta radicale e dal basso innovarono profondamente le modalità di lotta e le strutture organizzative del sindacato».5

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, pp. 181-183

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Note

1 – Paci M. (1973), Mercato del lavoro e classi sociali in Italia: ricerche sulla composizione del proletariato, op. cit., pp. 129-131

(2) – Ibidem, pp. 132-134

(3) – Ibidem, pp. 136-137

(4) – Touraine A., Management and the Working Class, in «Daedalus», 1964, p. 312. In: Paci M. (1973), Mercato del lavoro e classi sociali in Italia: ricerche sulla composizione del proletariato, op. cit., pp. 73-74

(5) – Ibidem, pp. 74-75

Il Mezzogiorno nella nuova geografia europea delle disuguaglianze

Il Mezzogiorno nella nuova geografia europea delle disuguaglianze

La riapertura del divario riguarda soprattutto i consumi

“Come nel 2016 e nel 2017, anche nel 2018 la crescita del prodotto nel Mezzogiorno è risultata inferiore al resto del Paese, con un ulteriore allargamento del gap di reddito e benessere tra le due aree. Nel 2018 il Sud ha fatto registrare una crescita del PIL appena del +0,6%, rispetto al +1% del 2017. Il dato che emerge è di una ripresa debole, in cui peraltro si allargano i divari di sviluppo tra le aree del Paese. Con la significativa eccezione del 2015, anno segnato da fattori congiunturali positivi e dalla chiusura del ciclo dei fondi europei che ha determinato una modesta ripresa dell’investimento pubblico nell’area, anche nel 2016 e nel 2017 il gap di crescita del Mezzogiorno è stato ampio”.

“In un’Italia, che è tra i paesi più vecchi al mondo, il Mezzogiorno si trova ad affrontare una delle crisi demografiche più profonde e durature tra i paesi del mondo occidentale. Nel corso dei prossimi 50 anni il Sud perderà 5 milioni di residenti e, soprattutto, gran parte delle sue forze generatrici e produttive: -1,2 milioni di giovani e -5,3 milioni di persone in età da lavoro A fronte di un Centro-Nord che, invece, dovrebbe contenere le perdite a 1,5 milioni di residenti. Nel Mezzogiorno, inoltre, sarà decisamente più debole il contributo delle nuove nascite e delle immigrazioni. La conseguenza è il drastico e preoccupante ridimensionamento demografico del Sud, associato all’insostenibile invecchiamento della popolazione, il più alto in Italia e nell’UE.”

SINTESI DEL RAPPORTO 2019 (Pdf) 

Video della Presentazione del Rapporto 2019 presso la Camera dei Deputati

SLIDES DELLA PRESENTAZIONE

Meridionali al Nord, barbari innovatori?

I Meridionali dilagarono come un’orda di barbari, di forestieri rozzi, che parlavano “lingue” diverse e avevano altri modi di rapportarsi ai sindacati e alle lotte, ai padroni e alle Istituzioni.
Di certo erano lontani dal “buon senso” dell’aristocrazia operaia torinese, dagli operai specializzati e qualificati del Nord, erano, in fondo, ancora dei contadini sradicati, ma ben presto si resero conto, più degli altri, che per avere diritti, stabilità, non era necessario “togliersi sempre il cappello davanti al padrone”, che con le lotte e le proteste potevano migliorare le loro condizioni di lavoro e di vita, che in quel frangente di piena occupazione il licenziamento era un’arma spuntata.
Allo stesso tempo, molto era cambiato anche nell’organizzazione del lavoro, diminuiva la complessità ed aumentava il ritmo, le mansioni diventavano sempre più ripetitive e la velocità era imposta dalle macchine. La produzione in serie non aveva più bisogno di estro e autonomia decisionale, ma di “attrezzi” al servizio di altre macchine, ovvero di operai comuni e di forza lavoro giovane.

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, p. 168

 

L’orologiaio

Si parla spesso di un prima e di un poi. Si aspetta una data fissa. Noi crediamo che non esista alcuna data fissa, e crediamo di essere specificatamente noi, solo perché il nostro pensiero coglie sempre nella vita un modo di essere perennemente aderente al nostro pensiero stesso. Tra la solita vita sociale quotidiana e la vita di eccezione delle rivoluzioni non c’è differenza qualitativa, ma differenza quantitativa. Un più o un meno di certi determinati fattori. Le energie sociali attive sono l’apparenza sensibile e umana di certi determinati fattori. Le energie sociali attive sono l’apparenza sensibile e umana di certi determinati programmi, di certe determinate idee; in tempi normali c’è un equilibrio di forze la cui instabilità ha oscillazioni minime; quanto più queste oscillazioni diventano irregolari e capricciose, tanto più si dice che i tempi sono calamitosi; quando l’equilibrio tende irresistibilmente a spostarsi, si ammette che si è entrati in un momento di vita nuova. Ma la novità è quantitativa, non qualitativa. […] Ieri il disagio era il rapporto di insoddisfacimento tra un dato pensiero politico ed economico, tra un bisogno e una delusione, oggi è lo stesso rapporto, colto da una moltitudine, da una quasi totalità. Ed è la continuazione del nostro ieri, è per noi una continuità, perché la vita è sempre una rivoluzione, una sostituzione di valori, di persone, di categorie, di classi. Gli uomini però danno il nome di rivoluzione alla grande rivoluzione, a quella cui partecipa il massimo numero di individui, che sposta un numero maggiore di rapporti, che distrugge tutto un equilibrio per sostituirlo con un altro intero, organico. Noi ci distinguiamo dagli altri uomini perché concepiamo la vita come sempre rivoluzionaria, e pertanto domani non dichiareremo definitivo un nostro mondo realizzato, ma lasceremo sempre aperta la via verso il meglio; verso armonie superiori. Non saremo mai conservatori, neanche in regime di socialismo, ma vogliamo che l’orologiaio delle rivoluzioni non sia un fatto meccanico come il disagio, ma sia l’audacia del pensiero che crea miti sociali sempre più alti e luminosi.

Antonio Gramsci

Tratto da «Il Grido del Popolo», n. 682, 18 agosto 1917

SINTESI RAPPORTO SVIMEZ 2018

L’ECONOMIA E LA SOCIETÀ DEL MEZZOGIORNO

Il Rapporto SVIMEZ, a 44 anni dalla sua prima edizione cambia il titolo introducendo un esplicito riferimento alla “società”. Dopo una prima parte del Rapporto sulla lettura delle principali variabili macroeconomiche in un fase caratterizzata da una profonda incertezza, la seconda parte è dedicata al tema delle disuguaglianze e dei diritti di cittadinanza; e la terza a un approfondimento delle politiche per il Sud.

SINTESI DEL RAPPORTO 2018 (Pdf)

Video della Presentazione del Rapporto 2018 presso la Camera dei Deputati

Il Mezzogiorno sta morendo, ma le ferrovie si organizzano per farci scappare

Sebbene vi siano segnali positivi di crescita economica e dell’aumento delle esportazioni nell’ultimo triennio il PIL rimane inferiore del 10% al 2007, ovvero rispetto all’inizio della crisi. Un dato che sintetizza una situazione difficile e contraddittoria. Difficile, perché l’economia del Sud ha sofferto maggiormente la crisi rispetto al Centro Nord; contraddittoria perché negli ultimi anni, la crescita è stata uguale o superiore al resto d’Italia. In questo quadro, il dato della disoccupazione nel Mezzogiorno (-310 mila unità rispetto al 2008), in rapporto al Centro Nord (+242 mila unità rispetto al 2008), rivela tutta la drammaticità della situazione sociale. La povertà e lo svuotamento del Meridione, pertanto, diventano conseguenze inevitabili. I poveri nel 2017 arrivano all’11,4% della popolazione (1,6 in più del 2016) e l’emigrazione (verso il Nord Italia o l’estero) rimane una costante negativa che, ormai regolarmente, impoverisce il Sud di giovani e di “intelligenze” vitali per lo sviluppo di qualsiasi territorio.

Il saldo migratorio tra il 2002 e il 2016 è impressionante: 783.511, di cui i laureati rappresentano il 27,9% e i giovani il 72,1%. In 14 anni l’equivalente degli abitanti di Napoli hanno lasciato il Sud, senza contare il pendolarismo e le tante forme di emigrazione non rilevate dalle statistiche.

E in futuro sarà ancora peggio. Se, infatti, accostiamo a questi dati quelli delle nascite non si può che constatare che il Mezzogiorno sta morendo. Una proiezione demografica dei trend attuali evidenzia che nel 2065 ci vivranno 5.658.382 persone in meno, compensato solo in piccola parte dal saldo migratorio. Un’ecatombe nazionale che colpirà soprattutto il Meridione e che forse ci dovrebbe indurre a vedere con altri occhi gli stranieri che vogliono venire in Italia e nel Mezzogiorno.

Per approfondimenti qui

 

Melissa, 1949, una strage di Stato

«Alle prime luci del 24 ottobre 1949 migliaia di contadini, provenienti da decine di comuni delle province di Catanzaro e Cosenza, si mossero contemporaneamente, verso i grandi latifondi e le terre usurpate, per esercitare un legittimo diritto e per mettere a semina i campi che nei mesi successivi avrebbero prodotto il necessario per vivere dignitosamente. Ma rompere l’antico dominio degli agrari e del notabilato meridionale non era cosa facile ed indolore, così il 29 ottobre 1949 mentre i contadini stavano arando la terra del demanio Fragalà, nel Comune di Melissa, un reparto della “celere” del ministro degli interni Mario Scelba, aprì il fuoco con i mitra sui contadini inermi. Rimasero uccisi fra le zolle insanguinate, Giovanni Zito di 15 anni e Francesco Nigro di 29, altri 16 gravemente feriti vennero ricoverati in ospedale. Angelina Mauro morì dopo pochi giorni di agonia a soli 24 anni, era la portabandiera del vessillo Italiano, emblema della Costituzione Repubblicana e della volontà di costruire, finalmente, uno Stato unitario e giusto».

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, pp. 51-52

Un racconto in forma di canzone popolare.

Massimo Ferrante – Melissa

Chi erano i Migranti Meridionali che si spostavano al Nord?

A Torino, come nel capoluogo ligure, il primo lavoro che i migranti meridionali svolgevano si collocava, in genere, all’interno del campo dell’edilizia, dove effettivamente esisteva un’oggettiva carenza organizzativa delle forze sindacali dovuta […] alla dispersione e il frazionamento dei lavoratori in centinaia di piccoli e grandi cantieri e […] lo sforzo che i sindacati mettevano in opera era inadeguato.

[…] Il numero dei Meridionali iscritti alle organizzazioni dei lavoratori nel paese di origine era doppio rispetto a quelli iscritti a Torino. Addirittura, molti di coloro che non avevano rinnovato la tessera erano stati degli attivisti o impegnati in prima persona nell’organizzare numerose lotte sindacali. Del resto, la maggior parte provenivano da zone rurali e ancora gravava su di loro la sconfitta delle lotte per la riforma agraria.
Quel vasto movimento che, tra il 1943 e il 1953, aveva dato vita a occupazioni, scioperi a rovescio, manifestazioni di piazza, mobilitazioni vastissime durate per mesi, prima era stato attaccato tramite la repressione poliziesca, poi minato al suo interno con una parziale redistribuzione delle terre ed infine disperso costringendo tutti i protagonisti di quella stagione di lotte ad emigrare. Certo, erano stati sconfitti, ma rimanevano intimamente ancora legati a quelle battaglie passate, talvolta le ricordavano in modo epico, sapevano di resistenza e di entusiasmo, quasi di memoria collettiva condivisa, ma di sicuro erano lontanissime dalle loro prime esperienze torinesi. Molti ricordavano con orgoglio la combattività di allora, gli scioperi più duri, gli scontri con la polizia, i compagni feriti o, a volte, numero dei Meridionali iscritti alle organizzazioni dei lavoratori nel paese di origine, doppio rispetto a quelli iscritti a Torino. Addirittura, molti di coloro che non avevano rinnovato la tessera erano stati degli attivisti o impegnati in prima persona nell’organizzare numerose lotte sindacali.
Del resto, la maggior parte provenivano da zone rurali e ancora gravava su di loro la sconfitta delle lotte per la riforma agraria. Quel vasto movimento che, tra il 1943 e il 1953, aveva dato vita a occupazioni, scioperi a rovescio, manifestazioni di piazza, mobilitazioni vastissime durate per mesi, prima era stato attaccato tramite la repressione poliziesca, poi minato al suo interno con una parziale redistribuzione delle terre ed infine disperso costringendo tutti i protagonisti di quella stagione di lotte ad emigrare. Certo, erano stati sconfitti, ma rimanevano intimamente ancora legati a quelle battaglie passate, talvolta le ricordavano in modo epico, sapevano di resistenza e di entusiasmo, quasi di memoria collettiva condivisa, ma di sicuro erano lontanissime dalle loro prime esperienze torinesi. Molti ricordavano con orgoglio la combattività di allora, gli scioperi più duri, gli scontri con la polizia, i compagni feriti o, a volte, morti, gli assalti e gli incendi alle caserme, ai municipi, tutto era rievocato fin nei minimi particolari. Insomma, i Meridionali arrivati al Nord era gente semplice e poco scolarizzata, ma temprata dalle esperienze vissute in prima persona, in quel decennio, che aveva visto l’intero Sud sollevarsi e pretendere terra e libertà. La Storia li aveva sconfitti ma, in coloro che avevano vissuto quelle vicende, la voglia di lottare continuava a covare, indomita, come un fuoco pronto a riaccendersi. C’era anche chi diceva, con orgoglio, di essere stato arrestato o d’aver subito un processo, proprio perché portava avanti da protagonista quelle lotte.

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, pp. 160-161

 

Le organizzazioni sindacali e politiche e i Migranti Meridionali

Le organizzazioni sindacali e politiche quindi rappresentarono, oltre che un mezzo di lotta per tutto il proletariato del Nord, una soluzione sociale e un percorso di affrancamento per i migranti meridionali, i quali si trovarono ad occupare anche nel Settentrione gli strati più miseri e sfruttati della società, sebbene in forme meno dure rispetto ai luoghi di origine. I migranti meridionali, perciò, acquisirono la consapevolezza che per uscire da quella situazione e per non arrendersi all’ineluttabilità del proprio destino, dovevano creare le condizioni per un cambiamento radicale della società e questo sarebbe stato possibile solo collettivamente, tramite, appunto, un vasto movimento sociale.
Questo percorso non fu seguito in modo lucido o in maniera consapevole ma, di fatto, i giovani del Sud, da una parte, rappresentarono le avanguardie e le frange più radicali del movimento operaio degli anni Sessanta e Settanta e, dall’altra, il motore della ripresa delle lotte sindacali dopo l’arretramento avvenuto negli anni Cinquanta.
I Meridionali, sebbene non subito né in modo generalizzato, si iscrissero copiosamente ai sindacati più combattivi e alle forze politiche di Sinistra partecipando, in maniera massiccia, agli scioperi e alle esplosioni di rivolta. 
Altrettanto significativa fu la presenza dei lavoratori del Sud in tutti i movimenti, sindacali e politici, nati come espressione delle istanze di base degli operai o al di fuori dei partiti tradizionali che avevano come comune denominatore una radicale trasformazione della società e delle istituzioni.

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, pp. 156-157

Un povero che accoglie un povero in una città lontana

Nelle migrazioni italiane, avvenute in un sistema sociale dove non esistevano istituzioni pubbliche o enti privati capaci di accompagnare il percorso dei migranti, la famiglia ha avuto un ruolo preponderante e, in qualche misura, escluse anche le organizzazioni collettive più rilevanti, le quali si fermavano di fronte al confine del nucleo familiare. Cionondimeno, la solidarietà tra migranti fu capillare e salvifica per moltissimi di loro, e con l’esplosione dei movimenti sociali e delle lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta, mutò notevolmente anche il rapporto tra i Meridionali e l’immaginario collettivo della società in cui si trovarono a vivere. I giovani e i lavoratori del Sud oltre ad essere in prima linea, portarono in dote ai movimenti di emancipazione, operai e studenteschi, la radicalità derivante dallo sradicamento collettivo che avevano vissuto e la cultura di ribellione delle rivolte contadine e della storia del Mezzogiorno.
Così, Pasquale P. di Cerignola, 33 anni, descriveva l’accoglienza avuta a Milano per qualche mese da parte di un altro meridionale, un povero che accoglie un povero in una città lontana ed, inizialmente, ostile: «Appena arrivato a Milano sono andato a casa di un amico […]. Era una famiglia con otto figli e vivevano al Porto di Mare, e io appena sono arrivato sono andato in quel posto là, e ho pensato che era meglio restare a casa. Era nel ‘52, e compivo gli anni in treno quando sono venuto, facevo 26 anni. Quelli vivevano in 16 metri quadri di spazio: là si cucinava, si dormiva, tutto si faceva, e c’erano tre figlie femmine. Quella brava gente volevano tenermi ancora, ma io stesso ho capito che era impossibile. Alla sera andavo letto bianco e alla mattina mi alzavo nero, perché erano carbonai loro. Erano facchini di stazione; scaricavano il carbone, ma là dentro non avevano come lavarsi. Si lavavano la faccia, le gambe, alla buona, così; ma il carbone va nei pori e ci vuole l’acqua calda, e quando sudavano ci veniva fuori. C’era una branda di un posto e dormivano tre ragazze, 24, 21, 19; dormivano testa e piedi; e la sua madre dormiva su di una trapunta a terra vicino alle figlie. La mamma, poveretta, non dormiva la notte. Aveva cura di coprire le figlie perché faceva caldo e si scoprivano, e li c’eravamo noi uomini, e noi ci teniamo a quella cosa lì. Diceva: “Non importa, io ho cura delle ragazze, dormo di giorno mentre voi lavorate”. Poi c’era un letto matrimoniale che dormivo io, il padre, un momento che mi confondo solo a pensarli… dunque: io, il padre, tre figli maschi e il piccolo. Tutti là di traverso. Poi loro al mattino andavano allo scarico di Porta Genova» (Alasia F., Montaldi D., 1975)

Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, pp. 123-124