I Meridionali dilagarono come un’orda di barbari, di forestieri rozzi, che parlavano “lingue” diverse e avevano altri modi di rapportarsi ai sindacati e alle lotte, ai padroni e alle Istituzioni.
Di certo erano lontani dal “buon senso” dell’aristocrazia operaia torinese, dagli operai specializzati e qualificati del Nord, erano, in fondo, ancora dei contadini sradicati, ma ben presto si resero conto, più degli altri, che per avere diritti, stabilità, non era necessario “togliersi sempre il cappello davanti al padrone”, che con le lotte e le proteste potevano migliorare le loro condizioni di lavoro e di vita, che in quel frangente di piena occupazione il licenziamento era un’arma spuntata.
Allo stesso tempo, molto era cambiato anche nell’organizzazione del lavoro, diminuiva la complessità ed aumentava il ritmo, le mansioni diventavano sempre più ripetitive e la velocità era imposta dalle macchine. La produzione in serie non aveva più bisogno di estro e autonomia decisionale, ma di “attrezzi” al servizio di altre macchine, ovvero di operai comuni e di forza lavoro giovane.
Tratto da Candido N. (2017), “I Migranti Meridionali nel Nord italia, dal dopoguerra ad oggi“, p. 168

[…] Ieri il disagio era il rapporto di insoddisfacimento tra un dato pensiero politico ed economico, tra un bisogno e una delusione, oggi è lo stesso rapporto, colto da una moltitudine, da una quasi totalità. Ed è la continuazione del nostro ieri, è per noi una continuità, perché la vita è sempre una rivoluzione, una sostituzione di valori, di persone, di categorie, di classi. Gli uomini però danno il nome di rivoluzione alla grande rivoluzione, a quella cui partecipa il massimo numero di individui, che sposta un numero maggiore di rapporti, che distrugge tutto un equilibrio per sostituirlo con un altro intero, organico. Noi ci distinguiamo dagli altri uomini perché concepiamo la vita come sempre rivoluzionaria, e pertanto domani non dichiareremo definitivo un nostro mondo realizzato, ma lasceremo sempre aperta la via verso il meglio; verso armonie superiori. Non saremo mai conservatori, neanche in regime di socialismo, ma vogliamo che l’orologiaio delle rivoluzioni non sia un fatto meccanico come il disagio, ma sia l’audacia del pensiero che crea miti sociali sempre più alti e luminosi.